Alessandro Mattia Mazzoleni

Alessandro Mattia Mazzoleni:
Lo spazio della ragione

Nella acquisita consapevolezza che tutto è segno e che tutto diventa simbolo, dobbiamo alla globalità post-romantica i caratteri della modernità dell'arte come passaggio - attraverso le immagini - dalla percezione sensibile e concettuale all'espressione visiva.

Pertanto, rinviandoci il segno a una realtà altra da sé, il significato delle iconografie create dagli artisti è in ciò che essi hanno percepito, con il pensiero e con i sensi, in quello che il loro sguardo ha veduto.

Il valore artistico di un'opera non risiede dunque, come tanti ancora credono, nella riproduzione, più o meno esatta, delle sembianze dell'oggetto contemplato bensì nel significato con cui, attraverso la sua immagine, l'autore ha intuito e comunica altro anche perché sappiamo ormai, dedotte dalla ghestalt, dalla psicologia della forma, che, in quanto rappresentazione sensibile di uno o più oggetti, l'icona è al centro delle riflessioni e delle domande dell'uomo.

Il preambolo appena espresso è per cominciare a dire le ragioni ontologiche dell'arte del giovanissimo operatore estetico torinese Alessandro Mattia Mazzoleni del quale la colta e sapiente esperienza della studiosa Giovanna Barbero ha notificato la sostanzialità creativa addizionando i propri puntuali interventi a quelli di alcuni altri critici che, rifiutando il flautus vocis in voga, hanno dato e danno contributi importanti e seri all'arte contemporanea.

Pertanto, siccome alcune recenti tendenze dispiegate a linguaggi sempre rinnovabili, la comunicazione segno-simbolica di Mazzoleni è collegata al destino iconico di una cerniera lampo che, posta in collage su cartoni e aggallante, alla maniera di Braque, tra colori in zone nettamente distinte e in forme chiuse o aperte, esprime la fenomenologia diretta e significante, di cui ha riparlato, dopo Alembert, forse per primo e rifacendosi propriamente a Kant, il filosofo tedesco Ernst Cassirer coinvolto dalla attività simbolica delle immagini.

La cerniera lampo di Mazzoleni si segnala, quindi, come immagine primaria; da tecnologica, quale è, si fa indicazione naturale, compresente di vitalità e conoscenza formalmente costruttive e caricate di esperienza e dì visionarietà significanti unite nella totalità sensibile dell'arte, siccome le analogie heideggeriane di parola e immagine che sono le principali realtà sensoriali dell'esserci.

Infatti l’immagine - come affermò, nel 1997, Jean Jacques Wunenburgen con la sua Filosofia delle immagini (traduzione di Sergio Arecco per Einaudi, 1999) - non è un aiuto che surroga il sapere ma, piuttosto, un dato cardine della conoscenza ben consapevole del rendersi conto che esserci ha un significato preciso, comprensibile soltanto da una intuizione pura.

Lo riprovano - collocate nel tempo e nello spazio secondo i principi ordinatori dell’estetica cognitiva - alcune opere fondamentalmente autonome e gli omaggi a alcuni dei maggiori contemporanei italiani e stranieri.

A partire dai quadri presentati nel 2011 a Malta e poi nelle mostre successive, corrispondendo così alle modalità di De Stijl, la rivista olandese fondata, nel 1917, da un gruppo di artisti e di architetti che unirono idee e fatti per costituire quel Neoplasticismo che formò, con il senso nuovo delle proporzioni architettoniche, una delle imprese fondamentali dell'arte del XX secolo.

Di fatto Alessandro Mattia Mazzoleni - che, peraltro, già dal 2006 al 2009, aveva fuso, tramite una ricerca del tutto personale e proto concettuale, l'essenza del pensiero alchemico ("nell'uno il tutto"), informel e nuova scrittura in una sorta di simbolismo ereditato dalla tradizione aurea e dalle illuminazioni delle pitture medioevali che furono al centro dell'amore cristiano – è corso, poi, pressoché solitario, in avanti, proponendo, con opere realizzate successivamente (emblematicamente titolate a probabili interspazi di un mondo nuovo) e senza rinunciare alle proprie problematiche formali originarie, procedendo nella indagine e in lavori i cui dati di osservazione riguardano tuttora la storia dei concetti spazio-temporali da Democrito alla relatività di Einstein.

Dal fisico e filosofo tedesco - dai suoi fondamentali principi della concezione relativistica del tempo e dello spazio (peraltro intuiti dal primo astrattista, il pressoché coevo Vasilij Kandiskij, curioso delle analogie tra il discorso pittorico e quello musicale) - il giovane Mazzoleni ha tratto, certamente, quello spirito con cui la fenomenologia si è occupata - svariatamente, anche attraverso le proposizioni di molti intellettuali - delle cause soggettive e oggettive, delle relazioni empatiche per cui gli oggetti ispirano o rivelano, con il loro significato simbolico, la realtà immaginativa che modella, di fatto, il comportamento.

Tutto si tiene dunque, laddove la radice simbolista (oltre che simbolica) finisce con l'essere, in specie per chi punta sull'espressione artistica, il momento di incontro tra la percezione sensoriale e lo spirito.

Né va dimenticato - e Mazzoleni insiste sull'argomento ampliando vieppiù spazi alle campiture cromatiche dei suoi quadri sui quali agisce la cerniera lampo (posta a suggerire, quasi sempre, una propria attività dinamica, emblematica, sulla diagonale) - che con le sue immagini vuole cogliere quello che di razionale e anche di irrazionale punta ancora a quel sublime che riconduce ogni simbolo a immagine archetipica avvertita, mi ripeto, come costante antropologica dell'esperienza, della raffigurazione simbolica rielaborata sulle orme di tante modalità esperite, storicamente recedenti le sue, e ricondotta al comportamento.

L'adozione di tale scientismo soggettivo - tradotto in oggettività da acquisite nozioni che collegano classicità, moderno e post moderno (perciò dalle illuminazioni, non soltanto fisiche, di Caravaggio alle scene di Sérusier, dall'astrattismo di Soldati al concretismo di Reggiani e compagnia) - implica argomenti nodali sottili e metafisici, direi persino trascendentali, che segnalano, del giovane artista, il protendersi continuo alla volta di approdi a nuovi orizzonti.

In grado, perciò, di ridare importanza simbolica all'oggetto verso il soggetto (anche al più comune e apparentemente insignificante che sia, per esempio a una banalissima cerniera lampo) che tante operazioni concettuali recenti, ovvero soltanto pensate, hanno cancellato prestando più attenzione a una sorta di idea del fare che alla concreta materialità, formale e cromatica, realizzata attraverso la messa in opera dell'opera pittorica.

Per cui - se dovesse davvero concretizzarsi quel che Lyotard e altri filosofi contemporanei hanno presagito sulla nostra condizione post-moderna e sul silenzio definitivo del sensibile - guardando i lavori di Mazzoleni possiamo dirci, voi ed io, che non è proprio il caso di disperare.

Infatti anche in un momento che consideriamo di crisi esistenziale c'è ancora qualcuno che il riscatto lo tenta mettendo in gioco la propria immaginazione.

Germano Beringheli

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