Alessandro Mattia Mazzoleni

Alessandro Mattia Mazzoleni:
INTERSPAZI: PERCORSI E DIVAGAZIONI DELLA VISIONE

Alessandro Mattia Mazzoleni è il giovane artista che oggi espone i suoi lavori al pubblico; fatto non nuovo per il torinese, che vanta già un suo iter espositivo consistente. Questa mostra, la sua definizione e la scelta delle opere, sono state veicolate dal primo desiderio di mettere in luce le diverse forme espressive, intese e cercate nel corso del tempo da Mazzoleni, volendo anche tracciare un ideale cammino che segni le tappe significative della sua ricerca visiva.

Per la natura pressoché indefinibile che progressivamente ha assunto l’arte contemporanea, volta ormai a ogni possibile suggestione e votata a frange espressive polimorfe, uno dei punti rilevanti – che resta riferimento privilegiato per chi intende l’arte come percorso di ricerca individuale –, è la creazione di un lessico visivo che aderisca con specifica consonanza agli obiettivi che in termini estetici si ritengono irrinunciabili. Un percorso, questo, che il giovane Mazzoleni ha deciso di far suo, esperendolo in un’attività artistica sensibilmente differenziata, che ha catalizzato su di sé un’attenzione costante, riscontrabile nelle rassegne critiche che si sono espresse con vivido entusiasmo relativamente alla serie di mostre nazionali e internazionali, personali e collettive, del giovane torinese.

Va detto che il percorso artistico di Alessandro Mattia Mazzoleni, ancora in divenire e dunque in continua metamorfosi, è connotato da un’intensa formazione da autodidatta che si presenta diversificata e proiettata in direzioni che includono ricerche artistiche composite e originali. Ciò che immediatamente colpisce nelle sue opere è la forte padronanza tecnica, che si evince nell’espressione costante di modalità sperimentali, il cui esito sottolinea e conferma come in Mazzoleni il rapporto tra i materiali e lo stile giochi un ruolo decisivo, in un’alchimia che risulta visivamente molto accattivante e che, contemporaneamente, cerca il connubio ottimale verso suggestioni, temi e concetti espressi in termini visivi.

I temi affrontati rivelano ambizioni verso dimensioni importanti e mai banali come lo spazio, il tempo e la materia, che nell’opera dell’artista torinese si rivelano vettori di una riflessione che si confronta con l’attualità delle arti visive, dando anche vita ad un’esplorazione – e alla sua conseguente rivisitazione – di mondi e di personaggi già noti nell’ambito storico-artistico. Si pensi, nel caso specifico, alle opere che Mazzoleni ha dedicato alle ricerche svolte da artisti importanti, instaurando con il loro mondo e la loro percezione visiva un dialogo volto a un confronto costruttivo e indirizzato ad una rielaborazione artistica e concettuale assolutamente soggettiva. In tal senso appaiono illuminanti le opere che si presentano, sin dal titolo, come un omaggio alle ricerche, al loro costrutto estetico, di personaggi come Umberto Mastroianni, Antoni Tàpies, Willem De Kooning, André Masson e Keith Haring o i Dialoghi con Bernard Aubertin, Andy Warhol, René Magritte e Ugo Nespolo. Gli Omaggi e i Dialoghi sono lavori di piccolo formato, che provano a cogliere frammenti di segno, cromia e stile dell’artista interessato, in una visione compendiaria, vivida e non banale, intesa e definita nel giocoso incastro di colori, forme e materiali che non sono semplici citazioni ma riferimenti attraverso i quali Mazzoleni propone anche un’idea di continuità, di mutamento e di trasformazione. Ma non solo. I lavori che Mazzoleni dedica a questi personaggi presentano una cifra stilistica riconoscibile che, con una certa originalità, si presta a una lettura articolata e interessante. Si tratta di lavori realizzati con l’ausilio di cerniere lampo che, nel suo particolare iter artistico, Mazzoleni include come elemento di raccordo nella composizione dell’immagine e che, proprio per questo, vanno intese come il perno di un discorso che si volge alla considerazione dello spazio, avvertito come parte compresa e comprensiva dell’opera. L’idea di spazio, il valore semantico del termine, l’estensione e la valutazione di questo concetto, può rimandare ad ambiti di matrice diversa; ma la sua percezione è definita, almeno nell’arte, da connotazioni che rimandano al proponimento di conferire a questo valore una rappresentazione che sia anche visiva, che ne valichi l’inafferrabilità, la dimensione impalpabile ma presente e la sua natura infinita. Si può ricordare che già negli anni ‘50, Barnett Newman nel suo quadro più celebre, Vir Heroicus Sublimis (1950-51, MOMA, New York), mette in scena una sintassi visiva non convenzionale e, sulla grande tela interamente dipinta di rosso vermiglio, introduce cinque “strisce” (o “tagli”) verticali che chiama zip, come unico parziale ausilio per la definizione delle coordinate spaziali, in luogo di più noti artifici tridimensionali e prospettici [1]. In Mazzoleni questo apporto si configura diversamente rispetto alle soluzioni del noto esponente della color field painting, poiché egli introduce una cerniera fisica, in grado di essere aperta e chiusa, che si interpone tra la superficie e l’esterno del quadro. L’elemento della cerniera viene così ad assumere il ruolo di raccordo spaziale e di epicentro del dialogo con lo spettatore, stabilendo un legame con la dimensione più profonda e intrinsecamente legata all’opera, alla sua autonomia e al suo valore espressivo.

La superficie delle opere è determinata da vivaci e briose campiture di colore; le aree cromatiche evidenziano i giochi di complementarità e l’effetto di contrapposizione luministica, relazionando – così – la presenza della cerniera con la forza espressiva dei blu, dei rossi, degli ocra, dei neri che convergono in un insieme visivo riuscito ed eterogeneo. La cerniera, posta quasi sempre al centro, contemporaneamente divide e congiunge queste zone di colore: la troviamo posta in direzione dritta od obliqua, orizzontale o verticale. Ma non solo: in questo assemblaggio di forme, colori e spazi, la cerniera – nella sua azione centripeta – mantiene un’indefinibile ambiguità relativamente al fatto che essa si stia aprendo o chiudendo, proprio mentre si fa elemento di congiunzione e di mediazione tra l’opera stessa e lo spettatore.

Gli Omaggi e i Dialoghi sono in effetti proprio questo: una conversazione diversamente intesa, che cerca punti di comunanza e di raffronto nell’espressione di un fatto artistico, e quindi di un’opera, che sia anche luogo di incontro e, contemporaneamente, evocazione figurativa.

Vale la pena, in relazione a queste opere, ricordare quanto già nella mostra del 2011 veniva detto nel catalogo da Giovanna Barbero, che fu la anche curatrice: “Le proprietà cromatiche determinano la mutevolezza luministica dell’opera e la cerniera quella spaziale, creando la tridimensionalità; insieme si completano con l’evocazione del moto e, quindi, con lo scandire del tempo, del passaggio, del rapporto tra passato, presente e futuro”[2].

È un percorso, quello del torinese, caratterizzato sì dalla ricerca di dimensioni spaziali ma anche volto alla definizione di suggestioni visive che seguono temi peculiari nei suoi lavori. Tra questi vanno annoverati l’esplorazione del concetto di spazio, appunto, che si dirama nella ricerca della sua unità, della sua frammentazione e della sua dialettica interna, all’evidenziazione del rapporto tra questo e la composizione dell’opera. Inoltre, come si evince anche dai titoli dei lavori realizzati tra il 2006 e il 2008 (Creazione, Meccanicità, Spirito e materia, Il cerchio, Congiunzione spirituale, Congiunzione terrestre), c’è l’ambizione di confrontare e rappresentare la dimensione materiale e quella immateriale, evocandone genesi e mutamenti con suggestioni che cercano una collocazione tra l’immaginario: le forme essenziali, geometriche e lineari o corrose e incerte, provano ad evocare il mistero delle cose, il loro divenire nello spazio e nel tempo. Queste opere, giocate su un rapporto essenziale e dualistico di cromatica antinomia, creato dall’uso del fondo nero e dalla sovrapposizione dello smalto dorato, non diversamente dai Dialoghi o dagli Omaggi, per la loro vivida valenza visiva espressa dai rapporti di colore, di tecnica e di matericità, confluiscono in un’unica esperienza percettivamente composita. La visione non mostra però solo se stessa ma include un vivace gioco di espressioni che convivono in una dialettica funzionale, come l’opposizione tra aperto e chiuso (soprattutto nelle opere con le cerniere), tra pieno e vuoto, tra luce e tenebre: un’opposizione, questa, ben sottolineata dagli ori che squarciano i neri, tra la valenza simbolica e quella cromatica [3].

In un’ottica più vasta, che valuti le tappe più significative e le componenti individuali del modus operandi di Mazzoleni, ci si trova a considerare opere che mostrano un assemblaggio materico meditato, che persegue un ordine compositivo eterogeneo: la manipolazione del cartone, dei colori, dei segni, sono modalità che evidenziano la realizzazione di una fitta trama espressiva codificata, costantemente indirizzata e mai casuale. L’uso del collage congiuntamente a quello della litografia, l’incontro sovrapposto di queste tecniche con gli smalti, i colori e il cartone, nelle opere in cui Mazzoleni inserisce le cerniere, convergono in un complesso insieme progettuale dell’opera, dove l’uso dei materiali è realmente coadiuvato e intimamente legato all’aspetto più interiore, al discorso più sotteso dell’opera stessa. Se dunque le cerniere instaurano un primo dialogo, l’intendimento nell’uso dei materiali conferisce all’immagine una sua diversa e autonoma vitalità e una propria capacità comunicativa.

Insomma, tra i meriti ascrivibili ad Alessandro Mattia Mazzoleni, deve certamente essere annoverato quello di un’elaborata ed intensa praxis artistica, che si rivela nelle opere in tutta la sua sorprendente centralità, rendendo questo aspetto fondante e trasformandolo in un tassello cardine nella genesi dell’opera, che non può considerarsi secondario o a latere dell’impianto più squisitamente concettuale al quale è legato.

In tal senso è possibile individuare un altro tratto distintivo di questi lavori, rappresentato dall’uso costante del cartone, che lo stesso Mazzoleni considera un riferimento prioritario del proprio modo di fare arte. Per la sua natura duttile, il cartone si presta a usi sensibilmente differenziati e in tempi relativamente recenti è stato riscoperto come materiale più autonomo, meno subordinato nell’economia dell’opera d’arte e nei confronti degli altri materiali che la costituiscono. E per valutare la verità di questa affermazione è sufficiente pensare alla Cardboard Art, che proprio nell’uso del cartone trova la sua espressione più compiuta e conta già alcuni designer autori di artworks particolari e diversissimi tra loro.

Il giovane torinese si è progressivamente distinto, nella pratica della Cardboard Art, per la sua continuità e per la sua coerenza, per la messa in atto di un approccio sperimentale, ricercato, costante e ludico a questo materiale, tanto da essere considerato in ambito critico italiano uno degli esponenti più promettenti e capaci della Cardboard Art [4]. Mazzoleni, per l’abilità manuale e tecnica mostrata nelle sue opere e il convincimento (peraltro già ampiamente dichiarato) che proprio il cartone combaci con gli intenti e le convinzioni più profonde legate alla sua produzione artistica, ne ha fatto un materiale di riferimento che non può considerarsi un supporto semplicemente episodico od occasionale. L’uso del cartone, però, non è solo una scelta meditata che porta a convergere materia, forma e stile; Mazzoleni ha definito in termini piuttosto programmatici il suo legame con il cartone, conferendogli un’altra valenza e una diversa interpretazione. Questa la sua posizione: “L’uomo è di cartone, la religione è di cartone, l’etica e la morale sono di cartone ed anche l’arte nella sua manifestazione esteriore è di cartone; ma non già l’intuizione come forma di conoscenza, la creatività come quintessenza esperenziale. Esse sono pure e costituite di luce ed è impossibile sottoporle a qualunque mistificazione. Nel mio modo di fare arte uso il cartone quale elemento-materia-concreta, per descrivere la realtà quotidiana senza prevenzioni o pregiudizi. Insomma come il medico cura l’uomo, anch’io tento di curare la realtà attraverso la sua stessa malattia. La mia Cardboard art è arte omeopatica”[5].

È un’affermazione che direziona sulla materia, sull’espressione fisica dell’opera, un pensiero che non riguarda solo più l’arte ma che crea una dinamica di relazione tra l’uso del cartone e l’effimera mutevolezza della natura umana e la sua essenziale transitorietà. Naturalmente è possibile non condividere l’affermazione ma non è possibile ignorarla, perché si tratta di un accostamento importante: come a dire che il cartone, così fortemente connotato dalla fragilità e da una rapida caducità, è “archetipo della deperibile ma tenace condizione umana”[6]. In effetti se “tutto è di cartone”, come Mazzoleni afferma, è perché tutto ciò che è materia si deteriora e si corrompe con il tempo, mentre l’arte non solo resta ma, quella di Mazzoleni, in quanto “omeopatica”, si presenta come contraltare a questa precarietà. Una concezione apertamente soggettiva e, tutto sommato, audace proprio per questo e perché esprime un’idea che raccorda la creazione artistica con il vivere.

Ci sembra di poter dire che Alessandro Mattia Mazzoleni, per quanto giovane, abbia scelto di scandire il suo percorso con viva determinazione, veicolando il suo lessico multiforme e brioso in un percorso che, alla ricerca intesa come processo continuo, estensivo e persistente, fa confluire le sue radici culturali e i suoi convincimenti più profondi. È lui stesso a determinare una distinzione tra i suoi diversi momenti artistici, definita in cinque Periodi, che sottolineano come i temi prediletti, nel tempo, segnino anche uno scarto estetico nella loro rappresentazione visiva. Ed è così che la mostra li presenta.


Il percorso di Mazzoleni è ancora ad uno stadio iniziale caratterizzato da una sfrangiata sperimentazione che, mantenendo vivo il legame con gli assunti estetici più peculiari del cammino artistico già intrapreso, sembra direzionato verso la ricerca di altre soluzioni che aderiscano alle esigenze di trasformazione e rinnovamento espressivo del suo modo di intendere la rappresentazione artistica. Le opere di Alessandro Mattia Mazzoleni denotano una compiutezza che comprende una visione diversificata, una vivace versatilità, un’indiscutibile competenza tecnica e l’impegno più schiettamente concettuale che, come un fil rouge, le collega tra loro; i meriti e le intuizioni reali che riconosciamo al suo lavoro a tutt’oggi, concedono ampio spazio alla possibilità di immaginare il raggiungimento di obiettivi artistici di un livello superiore. Lasciamo al tempo il compito di svelare interamente la verità di questo nostro convincimento.


1 Cfr. La Storia dell’Arte (a cura di Stefano Zuffi), Milano, Mondadori Electa, 2006, vol. 18 (curato da Roberta Bernabei), pp. 112-113.

2 Giovanna Barbero (a cura di), Alessandro Mattia Mazzoleni – Interspazi/Interspaces, Roma, Verso l’Arte Edizioni, 2011, p. 23. Catalogo della mostra (6 giugno – 7 luglio 2011, IIC di Malta).

3 Cfr. Anselmo Villata (a cura di), Alessandro Mattia Mazzoleni – Nuovo mondo, Roma, Verso l’Arte Edizioni, 2012, p. 14. Catalogo della mostra (18 agosto – 2 settembre 2012, Palazzo Salmatoris, Cherasco (CN).

4 Rimandiamo alla Rassegna Critica presente in questo catalogo, voluta e concepita proprio al fine di conferire all’opera di Mazzoleni una visione plurale attraverso i giudizi che su di essa sono stati espressi.

5 Rimandiamo al sito ufficiale dell’artista, dove è possibile reperire questa sua dichiarazione ed esplorare in modo più esaustivo il suo lavoro: cfr. www.alessandromattiamazzoleni.it.

6 Cfr. la Presentazione di Carmelo Cipriani per la mostra Alessandro Mattia Mazzoleni - Lacerazioni contemporanee (11 dicembre 2011 – 13 gennaio 2012), Pinacoteca Comunale “De Felice”, Grottaglie [TA]). Il testo intero è reperibile anche sul sito dello stesso Mazzoleni, si veda:
www.alessandromattiamazzoleni.it/PRESENTAZIONI_CIPRIANI.html

Cinzia Di Cuonzo

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